La bottega di M.o Giorgio e il problema dei lustri a Urbino

Carola Fiocco - Gherardi Gabriella. Atti del Convegno “Xanto: Pottery-painter, Poet, Man of the italian Renaissance”, Londra, Wallace Collection, 23-24 marzo 2007,  in "Faenza", bollettino del Museo internazionale delle ceramiche in Faenza,  XCIII, 2007, IV-VI, p. 299

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig.2
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Fig.4
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Fig.4A
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Fig.6
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Fig.6A
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Eccoci a riparlare di una annosa questione:  i lustri rossi di Gubbio furono fatti esclusivamente in questa città, presso la fornace di Mastro Giorgio, e bisognava quindi trasportarvi materialmente le maioliche decorate altrove? oppure c’è la possibilità che quelle decorate a Urbino vi fossero anche lustrate? Non disponiamo di nuova documentazione, che sola potrebbe dare una risposta definitiva. Ci limiteremo a proporre una lettura alternativa di quella esistente, e a confermare la possibilità che i lustri venissero applicati nella stessa Urbino.

Nel suo bellissimo catalogo il Mallet propende per la prima ipotesi (NOTA 1), che le maioliche di Urbino fossero inviate a Gubbio per esservi lustrate. Forse Giorgio stesso comprava stock di maioliche istoriate per arricchirle col lustro e rivenderle a prezzo maggiorato, o questo facevano i mercanti o gli stessi vasai urbinati.

In questo caso dobbiamo ipotizzare la prassi di caricare maioliche rese preziose dal lavoro del pittore in ceste o casse e di portarle, a dorso di mulo, su per i monti dell’Appennino,   disagevoli e ripidi, specie d’inverno. C’è poca distanza in linea d’aria, e sono percorsi relativamente semplici per un uomo a piedi o a cavallo, ma estremamente difficoltosi per  carichi fragili, per quanto ben imballati. Questo veniva fatto, naturalmente, allo scopo di vendere grosse quantità di ceramiche e trasportarle presso mercati e committenti. Si ha notizia di maioliche di Urbino o di Gubbio trasportate a Lione (NOTA 2), e l’intera produzione di Castelli doveva fare un bel po’ di strada di montagna per arrivare a destinazione. Era inevitabile,  non c’era altro modo, anche se certamente comportava delle perdite.

Qui però stiamo parlando di  flussi di spostamento abbastanza regolari di oggetti da lustrare fra due città vicine, entrambe rinomate per la maiolica, flussi di cui non è rimasta traccia nei documenti. Niente esclude che in futuro questo avvenga. Per ora, nessun documento è rimasto che regoli in qualche modo questi ipotetici passaggi di maioliche. E’ vero che i quaderni di bottega di Mastro Giorgio sono perduti, ma rapporti di questo genere compaiono di solito a livello notarile,  in quanto implicano pagamenti e contratti (NOTA 3).  

Nel Piccolpasso si dice che il lustro viene applicato sui lavori “forniti” (NOTA 4), ma il termine “forniti” può essere interpretato in vari modi, e pare che all’epoca significasse “finiti” (NOTA 5). E’ vero inoltre che, su un famoso piatto del museo di Bologna (FIG.1 e 1A), c’è la scritta “Mastro Giorgio finì de maiolica”; Ma tutti i piatti a lustro venivano “finiti de maiolica”, e la scritta ci sembra di conseguenza non molto significativa. Nel piatto di Bologna viene semplicemente enfatizzata quella che era la peculiarità dei pezzi eugubini, che li rendeva speciali e pregiati.

Ribadiamo che non siamo in grado di escludere o affermare niente. Vorremmo però sottolineare una regola aurea, che, ove possibile, era sempre preferibile spostare gli artefici piuttosto che le ceramiche.  A conferma, sappiamo che Giorgio si procurava artefici da fuori. Nel caso del famoso Giovanni Luca, che veniva da Casteldurante, si tratta di una vera e propria società. Giovanni si impegnava a dipingere vasi, ma anche ad abitare presso Giorgio per un anno o più, se il contratto fosse stato rinnovato (NOTA 6). Giorgio si assicurava quindi la presenza fisica del pittore di maioliche. 

Nello stesso anno presso Giorgio vi era, come “figulo e Garzone”, Beltramino di Giovanni Pietro, figlio di Giampietro di Beltramino, importante maiolicaro di Casteldurante, che aveva avuto rapporti con Berardino e Ottaviano Dolci. Questo emerge casualmente per la presenza del giovane quale testimone in un atto notarile (NOTA 7).

Abbiamo citato il caso di Beltramino proprio per sottolineare il problema dei documenti, che emergono in modo sporadico e disordinato, e ci lasciano molti vuoti. I vasai spesso sono citati per puro caso, in quanto testimoni a contratti che non hanno niente a che fare con la ceramica. Essendo andati perduti i libri di bottega di Giorgio, il loro lavoro non è attestato in alcun modo, ed emerge solo casualmente.  

Anche Xanto deve essere stato presente di persona a Gubbio, benché nessuna documentazione  sia rimasta. Questo appare chiaramente dall’analisi dell’opera, a nostro avviso soprattutto per gli anni 1528-29. In questo periodo furono fatti molti dei pezzi lustrati e siglati con la y-phi, e in particolare la coppa del museo di Arezzo con Ercole e Dejanira datata 1528 (fig. 2 e 2a). Dunque, al contrario di quanto ci era sembrato in passato esaminando con attenzione la coppa in compagnia di un restauratore, non vi è lustro nella scritta, ma soltanto antimonio (NOTA 8). Un unicum per l’Avelli, che anche in questa fase precoce scrive sempre i suoi “argomenti” col blu. Quello stesso antimonio traccia i riccioli tutt’attorno, preparandoli ad essere ricoperti dal lustro dorato. L’applicazione del lustro su questo pezzo appare estremamente studiata, secondo la prassi descritta dal Piccolpasso :  il rosso metallico decora la veste, che è stata risparmiata da altri colori, mentre l’oro e l’argento rialzano in modo estremamente raffinato i particolare dei tronchi e delle zolle.  A nostro parere questa predisposizione per il lustro è vera per tutti gli esemplari del gruppo y-phi. 

Può essere avvicinata a questo gruppo la coppa con Giove e Semele del museo di Budapest (Fig.3 e 3A), eseguita nel 1529. Il lustro definisce con efficacia le marmorizzazioni e il pavimento, mentre la posizione reciproca, nel tondo di base, delle scritte in lustro e in blu ci sembra premeditata, come già rilevato in passato dal Cioci NOTA 9).  

Anche la coppa di Faenza con Isacco e Giacobbe (Fig. 4 e 4A), datata 1529 e con la scritta “MG da ugubio”, non firmata da Xanto ma indiscutibilmente sua, ha le stesse caratteristiche di distribuzione studiata del lustro, come si vede bene nelle striature del pavimento.

Dunque anche Xanto  (negli anni 1524-25 secondo il  Mallet, negli anni 1528-29 secondo noi) collaborò direttamente con Mastro Giorgio presso la sua bottega. Non è detto che egli risiedesse stabilmente a Gubbio; gli artefici si muovevano di frequente, molto più di quanto ci piaccia pensare. Ma di sicuro dovette trascorrervi un po’ di tempo, prima di quello che appare come il suo definitivo trasferimento a Urbino dopo il 1530.

In seguito Xanto non rinuncia a lustrare i suoi pezzi, e qui nasce la questione del dove.  Ora il lustro sembra talvolta dato in maniera più dispersiva, lumeggiando qua e là una superficie che  appare già completa anche senza di esso. E’ questo significativo?  Potrebbe voler dire che Giorgio aveva acquistato a Urbino stock di istoriati già pronti non  destinati al lustro, che egli vi avrebbe applicato come valore aggiunto. Ma, se Xanto aveva in precedenza lavorato a Gubbio nella bottega di Giorgio, sembrerebbe logico che i pezzi destinati a Gubbio fossero già predisposti, come il pittore sapeva benissimo di dover fare.  La diversa applicazione del lustro potrebbe corrispondere invece a un nuovo gusto più rapido e decadente, che coincide con la fase in cui diminuisce gradualmente l’influsso di Giorgio nella bottega e la produzione tende a divenire più seriale.

Negli anni Trenta la sigla di Giorgio non compare in pezzi su cui è scritto che sono stati fatti in Urbino. Vi compare invece talvolta a lustro la N, già da Robinson ipotizzata come quella di suo figlio Vincenzo (NOTA 10).    

Concordiamo che ciò sia perfettamente plausibile. Anzi, il fatto di trovare la N unita alla sigla di Mastro Giorgio sul retro di una coppa dell’Ermitage datata 1537 con la bella Camilla (Fig. 6 e 6 A) ci sembra confermare la cosa. Vincenzo infatti non cessa mai di essere a stretto contatto con la bottega del padre. Anche quando, nel 1538, affitterà a Urbino per almeno tre anni la bottega di Nicola, e nel 1545 prenderà la cittadinanza urbinate dimostrando di risiedere e lavorare in questa città, è sempre un continuo andirivieni fra Gubbio e Urbino. Se guardiamo i documenti pubblicati da Tiziana Biganti (NOTA 11), questo emerge con chiarezza: per fare qualche esempio, il 15 aprile 1538 Vincenzo è a Urbino e affitta la bottega di Nicola, ma l’8 ottobre è a Gubbio, quale testimone a un atto. Il 28 aprile 1543 è presente a Gubbio per un atto notarile, mentre il 5 luglio testimonia a Urbino. Il 29 settembre dello stesso anno, eccolo di nuovo a Gubbio per una questione che riguarda terreni, mentre il 4 febbraio 1544 è nuovamente a Urbino, dove rinnova una società ceramica con Giovanni Pietro di Antonio da Bergamo. L’ 8 marzo del ‘45 è a Gubbio, dove risulta fornitore del monastero di san Pietro, mentre il 13 marzo è a Urbino dove ottiene la cittadinanza urbinate. Il 27 giugno è di nuovo a Gubbio, e potremmo continuare. Il fatto che la N compaia assieme alla sigla di Giorgio non significa dunque, a nostro avviso, che i pezzi che la recano siano stati lustrati a Gubbio.  Se si tratta della sigla di Vincenzo, è perfettamente logico trovarla in entrambi i luoghi, sia a Gubbio che a Urbino. 

Cosa faceva Vincenzo a Urbino? Quale poteva essere il suo vantaggio in una città dove la concorrenza certo non mancava, se non il valore aggiunto del lustro? Perché, a nostro avviso, Vincenzo aveva affittato la bottega di Nicola per lavorarci. E’ vero che il termine bottega può significare anche punto di vendita, ma rimane il fatto che Vincenzo affitta, dalla vedova di Nicola, tutta una serie di attrezzature atte a fare la ceramica (i torni, il banco per dipingere, tavolette per lavorare la terra, pali e pestelli per battere gli impasti, etc. (NOTA 12).  

Si potrà obiettare che molti degli istoriati lustrati dell’Avelli e dai suoi “compagni” recano date precedenti il 1538, con una punta massima negli anni fra il 1532-35.

Secondo noi, qui entra in ballo la carenza e la sporadicità di documentazione, sia per quel che riguarda Vincenzo che per quel che riguarda suo padre Giorgio e  suo fratello Ubaldo, anch’egli spesso assente da Gubbio (ad esempio, risulta a Urbino nel 1529, dove riscuote dei crediti (NOTA 13). Anzi,  proprio la tendenza ad allontanarsi da Gubbio dei due fratelli sarebbe stata, secondo la Biganti, la causa del decadimento della bottega paterna (NOTA 14). Nella seconda metà degli anni Trenta non  sembrano esserci più a Gubbio grandi maestri di istoriati, e la bottega tende ad assestarsi su una produzione seriale. 

E’ interessante domandarsi se  Vincenzo affitta la bottega di Nicola di Gabriele soltanto a causa della morte del titolare, o anche perché vi aveva avuto a che fare in precedenza.  Notiamo che questa bottega comprendeva non solo la fornace e il fornello da stagno, ma anche un fornaciotto. Non si tratterà di un forno a muffola?  E’ chiaramente solo un’ipotesi, ma spiegherebbe la presenza, anche sporadica, di un lustratore negli anni precedenti, probabilmente lo stesso Vincenzo. Non c’era più segreto nella fabbricazione dei lustri. Il Piccolpasso non ebbe difficoltà a farsi raccontare, proprio da Vincenzo, il procedimento e il modo di costruire la speciale fornace da lustro.

Col rientro di Vincenzo a Gubbio nel 1547, e la riconferma davanti al padre e al notaio dell’impegno di entrambi i fratelli nella conduzione della bottega paterna, sembra spegnersi l’interesse per il lustro nella grande pittura su maiolica. Non intendiamo collegare meccanicamente le due cose, ma  sottolineare un cambiamento del gusto  sempre più evidente. Aumenta l’impegno politico e finanziario degli Andreoli, mentre gli ultimi guizzi del lustro a Gubbio trovano come interprete la famiglia Floris e maestro Prestino (NOTA 15).

 

NOTE

1 - J.V.G.Mallet, Xanto, The Wallace Collection, Londra 2007 p.40

2 - M. Spallanzani, Un invio di maioliche di Urbino a Lione nel 1539, Faenza LXVI, 1-6, 1980, pp. 301-4

3 - Clausole notarili a garanzia di eventuali danneggiamenti provocati dal viaggio sono menzionate ad esempio da Rosario Daidone, a proposito del trasporto di vasellame da Urbino in Sicilia (R. Daidone, Le importazioni palermitane di Cesare Candia e un vaso di Urbino col sacrificio di Isacco, in “CeramicAntica XII, n.4 (136), aprile 2003 p.54.

4 - C. Piccolpasso, Li tre libri dell’Arte del Vasaio, libro

5 - G. Guasti, Di Cafaggiolo e di altre fabbriche di ceramica in Toscana, Firenze 1902 pp. 174-175.

6 - Maestro Giorgio Andreoli nei documenti eugubini (Regesti 1488-1575)Un contributo alla storia della ceramica del Cinquecento, a cura di Tiziana Biganti, Firenze Centro D, 2002, p. 58 n. 242

7 - ibidem pgg. 57-58 n. 240

8 - Xanto, op. cit., p. 89

9 - F. Cioci, Xanto a Gubbio nel 1528-’29, in CeramicAntica anno III n. 11 p.33

10 - J.C.Robinson, Catalogne of the Soulages Collection, Londra 1856, n.34 p. 26

11- T. Biganti, op. cit., nn. 439, dove è riportato il famoso documento scoperto da Franco Negroni e pubblicato per la prima volta in Nicolò Pellipario ceramista fantasma, “Notizie da Palazzo Albani” I (1985) p. 20;  nn.446, 518, 519, 521, 526,534, 535, 541.

12 - V. il già citato documento in F. Negroni 1985p.20

13 - T. Biganti, op.cit., n.319

14 - T. Biganti, op.cit., p.21

15 - F.Cece–E.Sannipoli , De Floribus: una famiglia di ceramisti eugubini, “Arte”, giugno 1993, p.10-13.

 


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