LA COLLEZIONE GIACOMINI NEL MUSEO DI CASTELLI.  Introduzione al catalogo di mostra La Collezione Giacomini, Museo delle ceramiche di Castelli, Teramo, Verdone ed. , 2016

Di Carola Fiocco e Gabriella Gherardi

 

 

L’affido al museo di Castelli della prestigiosa collezione Giacomini, che possiede esemplari eccezionali,  completa un museo già di per sé ricco. Consente inoltre una panoramica esauriente sulla storia della maiolica di Castelli  che, considerata nel suo complesso, si divide in tre fasi distinte.

 

Semplificando al massimo, diremo che la prima fase, rinascimentale e manierista[1], comprende il mattonato che formava il  primo soffitto di San Donato, i grandi corredi farmaceutici della tipologia Orsini-Colonna e il Compendiario, di cui le Turchine costituiscono un aspetto. A nostro avviso ne fanno parte anche gli albarelli “B” e “Bo” e le tipologie ad essi correlate, in particolare  il cosiddetto Servizio “T” e “alla Porcellana colorata”[2]. Questa prima fase inizia nella prima metà del Cinquecento e si conclude circa un secolo dopo .  Sembra essere dominata dalla famiglia Pompei e, pur avendo caratteri specifici ben definiti, si allinea stilisticamente con la restante produzione dell’Italia centro-settentrionale, tranne che per un fatto:  non sembra apprezzare molto l’istoriato, che invece domina negli altri grandi centri italiani. Nella maiolica castellana del periodo le scene istoriate compaiono raramente. Se ne trovano esempi soprattutto nel Compendiario, ma è comunque lecito dire che si preferiscono le singole figure, estrapolate da un contesto narrativo.

 

Per l’Orsini-Colonna, che è la tipologia più importante della prima fase,  rimandiamo alla ricca bibliografia sull’argomento[3]. Di certo lo splendido esemplare della collezione Giacomini (fig.9), una bottiglia su cui è raffigurata una donna che suona il violino, probabile allegoria della Musica, ne esemplifica al meglio i caratteri. La brillantezza dei colori, la vetrosità dello smalto, le figure espressive al limite della caricatura fanno di questa tipologia  una delle più efficaci  manifestazioni del manierismo in ceramica. Sorprende che sia quasi interamente costituita da vasellame da farmacia, ma  questa doveva essere la specialità di Castelli. E’ il mercato, con le sue richieste, a determinare il tipo di produzione, ed evidentemente ci si rivolgeva a Castelli per albarelli, brocche, fiasche e bottiglie destinate a medicamenti e acque officinali, e gli speziali erano i principali committenti. Alcune indicazioni precise riconducono l’Orsini- Colonna alla bottega di Orazio Pompei[4]. Considerata tuttavia la pluralità degli artefici e la ristrettezza dell’ambiente castellano, ci sarebbe da stupirsi se altre botteghe non  avessero partecipato a una produzione così vasta e di tanto successo. 

 

Dopo la metà del Cinquecento, senza particolari ritardi rispetto al resto d’Italia, comincia a manifestarsi il gusto compendiario, che a Castelli assume aspetti di straordinaria bellezza. Si tratta di uno stile che valorizza lo smalto di fondo, per lo più bianco, e limita  gli altri colori, fino a ridurli a una bicromia giallo-bruno e blu. Il nome deriva dalla maniera schizzata e sintetica di tracciare i contorni.  Questo però non riguarda  la produzione di Castelli, in cui il segno è netto e ben delineato.  Fra i colori ha inoltre grande spazio il verde dato dal rame, più raro altrove, specie a Faenza, dove esiste solo per sovrapposizione di giallo e blu. Cessa  la presenza pressoché esclusiva dei vasi da farmacia, e diventano frequenti piatti, vassoi, anfore, bacili da barba e altre forme d’uso.

 

Nella collezione Giacomini alcuni esemplari compendiari spiccano per rarità ed eleganza. In particolare, l’anfora con Orfeo da una parte e un guerriero dall’altra (fig.15) è la dimostrazione che il Compendiario di Castelli non ha proprio nulla da invidiare a quello di centri più noti. C’è una continuità che lo lega all’Orsini-Colonna.  Diverse opere coniugano l’espressività delle figure e alcune decorazioni accessorie dell’Orsini-Colonna ai colori tenui del Compendiario[5],  e indicano come le botteghe fossero le stesse. Gli artefici a poco a poco  si convertono   ai nuovi modi, e aggiornano il repertorio secondo le esigenze del mercato. E’ perciò legittima l’attribuzione a Mambrino Pompei, figlio di Orazio e attivo nella bottega del padre  fino  ai primi decenni del Seicento, di quest’anfora eccezionale e di molte altre opere con caratteristiche simili, probabilmente dello stesso autore.  

 

Il capolavoro del Compendiario castellano è il mattonato per il secondo soffitto della chiesa di San Donato a Castelli[6]. Fu un’ opera collettiva, cui collaborarono i principali maiolicari del paese.  Consiste di oltre 800 mattoni, recanti le date 1615, 1616, 1617.  I suoi ornati esprimono chiaramente il clima controriformistico, e la volontà di illustrare i temi della fede a livello popolare. Molti parteciparono all’impresa, a volte apponendo la propria firma, consentendo così di attribuire loro altre opere sulla base di affinità stilistica. Ad esempio, figura qui un mattone con un cane che insegue una lepre (fig.31), opera di Giacomo di Filippo (1589-1627), che è autore di numerosi mattoni del soffitto. E’ possibile che questo mattone non appartenga al famoso soffitto, poiché le sue misure sono un po’ più grandi. Ne rappresenta comunque molto bene il gusto e lo stile .

 

Una categoria a parte del Compendiario, in prevalenza ancora cinquecentesca, è data dalle Turchine[7], di cui la collezione Giacomini possiede alcuni notevoli esemplari (fig. 12,13,14).    Questa tipologia fu elaborata dai vasai castellani attorno al 1565-‘70, e continuò almeno fino agli inizi del Seicento. Comprende oggetti sia da farmacia che da tavola[8], ed è caratterizzata da uno smalto di base blu intenso, che più di rado può essere verde[9]. Per essa vengono  utilizzati gli ornati compendiari, per lo più araldici o arabescati, generalmente tracciati   in bianco con tocchi di giallo, talvolta con l’aggiunta di oro. 

 

Lo stemma del cardinale Alessandro Farnese, visibile su un piatto della collezione Giacomini (fig. 12) , indica una committenza di altissimo livello.  Anche le Turchine sembrano riconducibili per via documentaria alla bottega Pompei.  

 

A fondo blu sono poi alcune pavimentazioni, fra cui quella della chiesa di Santa Maria della Spina a Colliberti, frazione di Isola del Gran Sasso, anch’essa qui rappresentata (fig. 11).  Il pavimento, disperso alla fine degli  anni ‘50, riportava la data 1576 e un’iscrizione su cui compariva il nome di Annibale Pompei come committente del mattonato. Trattandosi di una famiglia di ceramisti, è probabile che anche l’esecuzione debba essergli riferita. Questa interessante tipologia di piastrelle si ripete assai simile nel  pavimento della Cappella Polverino nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli e in quello della chiesa di San Pietro a Loreto Aprutino. Tuttavia, anche se le mattonelle di Santa Maria della Spina  portano un riferimento a un membro della famiglia Pompei, e frammenti di mattonelle  sono stati rinvenuti nello scarico della loro officina [10], è molto probabile che le Turchine non fossero appannaggio di un’unica bottega, ma di parecchie, sia a Castelli che a Napoli .

 

Accanto alle mattonelle blu da pavimentazione provenienti da santa Maria della Spina, la collezione Giacomini possiede un gruppo di mattoni da soffitto dalla stessa chiesa (fig. 10). Fatti di terracotta e dipinti a tempera, è sorprendente quanto da vicino riprendano la tecnica e il colore dei socarrat valenziani, anch’essi mattonelle rettangolari da soffitto che si trovano in molte località della Spagna orientale. Sotto questo aspetto si tratta di un reperto significativo.  Indica infatti  che i ceramisti castellani hanno avuto contatti con artefici spagnoli, e questo potrebbe spiegare la presenza così frequente, nella produzione di Castelli, di mattonati da soffitto, qui successivamente arricchiti  di maiolica[11]. Le relazioni con la Spagna sono ben documentate a livello politico, ma dovevano esistere anche  sul piano commerciale e artigianale, con scambi e passaggi di oggetti e di artefici. Il soffitto di santa Maria della Spina potrebbe dunque essere l’anello di congiunzione fra i socarrat spagnoli e i mattoni da soffitto maiolicati di Castelli.

 

Verso la metà del Seicento inizia la seconda fase evolutiva della maiolica di Castelli. E’ come se i vasai  riscoprissero l’Istoriato.  Proprio quando negli altri centri italiani questo difficile tipo di decorazione sta praticamente esaurendosi, a Castelli viene riproposto con grande originalità. Non che prima non si facessero istoriati, qualche esempio ve n’è soprattutto per il Compendiario. Ora però assistiamo a un grande recupero, per il quale è difficile capire la ragione.

 

Le stampe sono, come sempre, alla base dell’Istoriato.  Consentono  di spaziare in ogni aspetto della storia antica e della Bibbia, persino negli episodi meno noti. I pittori maiolicari non sono per lo più in grado di ideare e comporre scene complesse, il cui stesso significato probabilmente non è loro chiaro. A parte poche eccezioni, si tratta di persone dotate di buona manualità ma di scarsa cultura storica e  figurativa. Le stampe suppliscono alle loro carenze, mettendo a  disposizione un ricchissimo repertorio di storie a cui attingere,  ricavandone spolveri e trasferendole per questo tramite sullo smalto prima della cottura.   

 

Tuttavia l’Istoriato, che nel Rinascimento aveva colori vivaci,  assume ora a Castelli tonalità più tenui, quasi autunnali, in cui prevalgono il bruno, il giallo e il blu. Questo avviene perché l’adozione intensiva dell’Istoriato segue qui il Compendiario anziché precederlo, come avviene negli altri centri italiani. Il  colore passa dunque attraverso la tavolozza del Compendiario, che ha abituato i maiolicari a usare colori più smorzati.  

 

Le famiglie di vasai attive alla metà del Seicento sono parecchie, fra cui ritroviamo i Pompei  e i Cappelletti. Tuttavia è a Francesco Grue (1618-1673) che viene dato il merito di questo cambiamento[12]. I suoi istoriati si ispirano in particolare alle Cacce e alle Battaglie di Antonio Tempesta, che egli traduce in uno stile grafico e asciutto, quasi spigoloso. Attorno alle tese si svolgono a mo’ di cornice  trofei d’arme e girali fioriti, entro cui spuntano spesso putti e animali.  Verso la fine della vita Francesco entro certi limiti sembra cambiare, e le sue figure diventano più morbide. E’ nostra opinione che abbia influito sul cambiamento la presenza, nella bottega, di un altro artefice altrettanto abile nell’istoriato, ma dai modi più pittorici,  ancora più legato di Francesco alla tavolozza compendiaria, tanto che i suoi istoriati risultano quasi bicromi, nelle tonalità bruno- gialla e blu. Lo abbiamo identificato con Berardino Gentile il vecchio, primo personaggio di spicco della famosa famiglia[13].  

 

Prima di lasciare la bottega di Francesco, segnaliamo la presenza nella collezione Giacomini di un esemplare di grande importanza, che probabilmente vi è stato eseguito. Si tratta di un piatto (fig.45) su cui sono raffigurati  gli ebrei intenti a ricostruire Gerusalemme. Nella tesa, in alto, è lo stemma di  Esuperanzio Raffaelli, vescovo di Penne e Atri dal 1661 al 1668. E’ il quarto piatto a nostra conoscenza contrassegnato da questo stemma, la cui identificazione  ha permesso di restituire al vescovo quello che è realmente il servizio da lui commissionato[14]. A lungo gli è stato infatti attribuito un altro più famoso servizio la cui araldica è diversa , e che si riferisce a tutt’altra famiglia[15].  

 

Il figlio di Francesco, Carlo Antonio (1655-1723), prosegue sulla via indicata dal padre. I suoi istoriati, splendidamente eseguiti, ne fanno il maggior interprete del Barocco nell’ambito della maiolica castellana. Nella collezione Giacomini è ben rappresentata la fase giovanile del pittore, con due piatti stemmati recanti Giuditta (fig. 46)e una scena di caccia (fig. 47). La targa con il Battesimo (fig.53) illustra invece le qualità di Carlo Antonio  in una fase più matura,  col probabile contributo del figlio Aurelio[16].  

 

Carlo Antonio è maestro di prospettiva aerea.  I suoi sfondi degradano in sfumature azzurrate, rendendo appieno il senso della lontananza. In seguito volgerà la sua attenzione al paesaggio.  Grandi alberi, boschi , monti diventano protagonisti, incorniciando scene sacre di dimensioni ridotte, o semplici macchiette. Proprio questo paesaggio montuoso, che sembra rispecchiare quello che circonda Castelli alle pendici del Gran Sasso, diventa uno dei tratti caratteristici e più noti della  produzione castellana fino ai giorni nostri. 

 

Il suo figlio più famoso, Francesco Antonio Saverio (1686-1746), svolge in gran parte la sua attività a Napoli. Addottorato in Teologia presso l’università di Urbino, firma di frequente le sue opere. Gli appartiene il tondo con un uomo che inforca gli occhiali per leggere una lettera (fig. 54), possibile allegoria della vista, caratterizzato da un gusto realistico quasi caricaturale. Più classica è invece  la Maddalena orante (fig.55), cui due angeli recano conforto. 

 

Altri due figli di Carlo Antonio, Aurelio (1699-post 1751)[17] e Liborio (1702-1780), ereditano le qualità paterne. L’ultimo in particolare è dotato di una mano forte e sicura. La targa con la Sacra Famiglia e san Giovannino (fig. 60) è un magnifico esempio della sua fase matura, prima che anch’egli inclini alle dolcezze del rococò. 

 

Parallelamente alla famiglia Grue svolge la sua attività quella dei Gentili.  I figli di Berardino il vecchio, Giacomo (1668-1713) e Carmine (1678-1763) hanno un ruolo di primo piano nella storia della maiolica castellana. Di Giacomo, il maggiore, sappiamo che era maestro di istoriati. E’ fin qui nota un’unica opera da lui siglata, una Madonna del Carmine con le anime purganti[18], che fa da riferimento stilistico per l’intera sua produzione. Su questa base, nella collezione Giacomini potrebbe essergli attribuito il piattino porta-chicchera con  quattro angioletti (fig. 65), di cui due svolazzanti recano in mano una girandola e un vaso. Più noto suo fratello Carmine, autore del piatto con satiri e baccante (fig. 66) e del bel vaso da farmacia con San Francesco di Paola (fig. 67) circondato da tralci fioriti. 

 

La terza fase castellana data circa dalla seconda metà del Settecento fino alla generale crisi ottocentesca della maiolica. E’ caratterizzata da una certa stanchezza nella produzione tradizionale, ancora apprezzata ma da troppo tempo sulla cresta dell’onda, mentre inizia a farsi sentire  l’influenza napoletana. Gli artigiani sanno che è giunto il momento di rinnovarsi, e il nuovo proviene ora da Napoli.

 

Il rapporto fra i due centri è di grande interesse. A partire dal  Compendiario, è sempre stata la maiolica di Castelli ad aver profondamente influenzato quella della capitale, e numerosi  artefici  vi si erano trasferiti  trapiantandovi i loro modi, al punto che spesso risulta impossibile distinguere una produzione dall’altra. Ora invece vi è una decisa inversione di tendenza. Il motivo è evidente: è a Napoli che vi sono le novità. Sotto il regno di Carlo III di Borbone la città rifiorisce culturalmente, e l’artigianato conosce la sua epoca d’oro. In particolare, grande attenzione viene prestata alla porcellana. Il re sposa Maria Amalia di Sassonia, figlia del fondatore della manifattura di Meissen. Sponsorizza inoltre la manifattura  di Capodimonte che, dopo una fase iniziale subordinata ai modelli tedeschi, adotta decisamente i modi rococò. Anche dopo che Carlo, divenuto re di Spagna, trasferisce nel 1749 la manifattura nel parco del Buen Retiro a Madrid, la produzione non viene meno se non temporaneamente. Il figlio Ferdinando nel 1773 impianta infatti un’altra Real Fabbrica, generalmente chiamata col suo nome. La porcellana è il veicolo per il rinnovamento stilistico nella maiolica, per l’adozione di motivi decorativi  diversi dalla tradizione, e che hanno come riferimento quelli d’oltralpe. Vengono inoltre introdotte tecniche specifiche della porcellana, come la decorazione a piccolo fuoco.

 

A Castelli  le novità arrivano per diversi tramiti, soprattutto per la presenza di artefici che si muovono fra i due centri. Il più rappresentativo è Saverio Grue (1731-1799 o 1800), figlio di Francesco Antonio, che lavora per lo più a Napoli, anche nel campo della porcellana[19], ma non rinuncia a tornare spesso nella città natale. Possiamo immaginare con quanta attenzione venisse ascoltato dai giovani artigiani castellani, ammirati, che poi talvolta compiono di persona viaggi nella capitale. Fra questi, un figlio di Carmine Gentili, Berardino (1727-1813), è in grado  di esprimersi nei modi più tradizionali, ma anche di  operare secondo un gusto nuovo.  Le deliziose tazzine della collezione Giacomini (fig. 72) con angioletti che reggono fiori appoggiati a cornici rococò ne sono un ottimo esempio.   

 

E’ però con Gesualdo Fuina che si compie definitivamente il cambiamento. Egli infatti non solo adotta motivi rocaille, fiori, uccelli e nastri, ma acquisisce la tecnica per trasferire sulla maiolica la porpora di Cassio. Questo magnifico colore rosa intenso, vanto delle porcellane di Sévres,  non può cuocere a una temperatura superiore ai 700 gradi, e di conseguenza  deve essere applicato a terzo fuoco, sulla maiolica già cotta e decorata con la normale policromia. Le due tazzine con relativo piattino (fig. 83,84) decorate alla rosa e con uccelli mostrano quanto la porpora di Cassio ravvivi la tavolozza del vasaio.

 

Ed ecco infine una tazzina con piattino di Michele de Dominicis (fig. 91), con figurette del folklore campano che richiamano uno fra gli ornati di maggior successo della Real Fabbrica Ferdinandea.

 

Si completa così, con un rinnovamento insieme tecnico e decorativo, il ciclo più vitale della produzione castellana, ben illustrato  da questa collezione eccezionale per completezza e qualità. 

 



[1] I reperti di scavo ci dicono che anche in precedenza, nel XV secolo, i ceramisti di Castelli producevano maiolica decorata.  Questa produzione è però poco documentata e conosciuta, e sembra comunque seguire i modi della maiolica italiana dell’epoca, con boccali con ornato “a scaletta” e motivi tardo-gotici. Nella collezione Giacomini sono presenti alcuni frammenti quattrocenteschi (fig.1,2) a ingobbio, che testimoniano la presenza di questa tecnica parallelamente alla maiolica.

[2] Carola Fiocco- Gabriella Gherardi, Sulla datazione del corredo Orsini-Colonna e sul servizio B, in Faenza, LXXII, 1986, V-VI, p. 230-290; id., Alcune considerazioni sull’Orsini-Colonna, il servizio B°, il servizio T e la porcellana colorata, in Faenza, LXXVIII, 1992, 3-4, p. 157-166; id., La porcellana graffita e la porcellana colorata, in Atti 6° Convegno di studio “G. Bindi” sulla maiolica di Castelli, Museo Capitolare di Atri, 22 Novembre 1997, p. 15-32; Giovanni Giacomini - Marcello Genovese, Gli albarelli del ‘Servizio Bo’ e il problema della loro attribuzione, in Castelli, Quaderno del Museo delle Ceramiche, n. 9- ottobre 2014, pp. 9-45
[3] L’attribuzione a Castelli di questa tipologia, in precedenza variamente collocata fra Faenza, laToscana e Deruta, fu fatta per la prima volta da Fiocco e Gherardi in un convegno tenuto a Castelli nel 1984 (Fiocco Carola - Gherardi Gabriella, Il corredo Colonna-Orsini nella produzione cinquecentesca di Castelli: proposte per un'attribuzione, in Antichi documenti sulla ceramica di Castelli, atti del Convegno tenuto a Castelli nel 1984, Roma 1985, p. 67-104). L’attribuzione fu poi seguita da una grande mostra ( Le maioliche cinquecentesche di Castelli, catalogo della mostra, Pescara 1989) e da un convegno, per il quale segnaliamo un nostro intervento (Fiocco Carola - Gherardi Gabriella,  Intervento, in atti del convegno in Pescara 22/25 aprile 1989, Pescara, Umberto Sala editore, 1990, p.125-6). Per quanto riguarda la datazione della tipologia, v. Fiocco Carola - Gherardi Gabriella, Sulla datazione del corredo ‘Orsini-Colonna‘ e sul Servizio B°, in Faenza, LXXII, 1986, V-VI, p. 230-290. V. infine Silvia Casturà, Questioni aperte e ipotesi sull’Orsini-Colonna, in Museo delle Genti d’Abruzzo, Quaderno n. 31, 2000, p. 41, e  Fiocco Carola - Gherardi Gabriella, Storia e recupero di una produzione dimenticata, in Il corredo Orsini -Colonna e la grande produzione cinquecentesca di Castelli, atti del convegno tenuto a Teramo il 20 giugno 2002, Associazione culturale Il Poliorama, Teramo 2002, p. 22-62.
  

[4] Si tratta essenzialmente di una brocca della collezione Fanfani, nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, su cui è scritto “OC OPUS ORATII” (in Carmen Ravanelli Guidotti, La donazione Angiolo Fanfani, Faenza 1990  n.110), e di una bottiglia, di recente passata in asta da Pandolfini di Firenze ( Importanti maioliche rinascimentali, Pandolfini casa d’aste, Firenze 1 ottobre 2015, lotto n.55) su cui è la stessa scritta con qualche variante ortografica:  “HOC OPVS HORATII”.

 

[5] Ricordiamo in particolare  un grande piatto con la Strage degli Innocenti, in collezione privata pesarese, riprodotto in Carola Fiocco-Gabriella Gherardi-Giuseppe Matricardi, Capolavori della maiolica castellana dal cinquecento al terzo fuoco, la collezione Matricardi , catalogo della mostra tenuta presso la Pinacoteca Civica di Teramo 2 aprile-31 ottobre 2012, Torino 2012  p. 34.

 

[6] Per un esauriente repertorio di illustrazioni, v. La Sistina della maiolica. Il soffitto della Chiesa di San Donato, Teramo 1993 

[7] Sull’argomento v. Luciana Arbace, Francesco Grue (1618-1673), La maiolica a Castelli d’Abruzzo dal Compendiario all’Istoriato, Fondazione Paparella Treccia-Devlet, Pescara 2000 p. 32-43

 

[8] Per l’attribuzione, v. Carmen Ravanelli Guidotti, Note intorno alle maioliche turchine, in Antichi documenti sulla ceramica di Castelli, atti del  convegno tenuto a Castelli d’Abruzzo, 5 agosto 1984, Roma 1985 p. 43-65

 

[9] E’  a fondo verde un corredo da tavola recante le armi degli Acquaviva di Aragona, eseguito in occasione delle nozze fra Giosia, XII duca di Atri, e Margherita Ruffo (Dora Thornton- Timothy Wilson, Italian Renaissance Ceramics, a Catalogue of the British Museum Collection, 2 voll., Londra  2009, n.368)

 

[10] v. Marco Ricci, Il Compendiario cinquecentesco, in Maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989 p. 135-145

 

[11] V. Giovanni Giacomini, Il “terzo cielo” di Castelli e la locale tradizione dei soffitti a mattoni dipinti, in "Il terzo cielo di Castelli", catalogo della mostra a cura di Maria Selene Sconci, Castelli-Teramo 2010, Teramo 2010.

[12] Sull’argomento, v. Arbace 2000 op.cit.

 

[13] Per un approfondimento, v. Fiocco- Gherardi-Matricardi 2012 op.cit., pp. 122-123

 

[14]  Troncato da uno scaglione d’argento: sopra di azzurro all’ aquila accostata da due comete d’argento ondeggianti in palo; sotto d’oro al monogramma RA.  Un esemplare  si trova nelle collezioni del Castello Sforzesco di Milano (Luciana Arbace, scheda n.476 p. 406, in Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, tomo I, Milano 2000), uno nella collezione Matricardi ( Donato Coppola- Antonio dell’Aquila- Carlo dell’Aquila- Carola Fiocco- Gabriella Gherardi- Giuseppe Matricardi, Tre secoli di maiolica di Castelli 1500-1700, confronti con le produzioni pugliesi e campane derivate, catalogo della mostra tenuta a Ostuni presso il Museo di Civiltà preclassiche della Murgia meridionale,18 luglio-30 settembre 2015,  n. 60 p. 87), un terzo è stato messo in asta presso Sotheby’s (Londra, 2 novembre 2005, lotto 10).  L’identificazione è stata fatta per la prima volta nel catalogo Matricardi, v. nota seguente . 

 

[15] Fiocco, Gherardi, Matricardi 2012 op. cit. p. 118

 

[16] La targa è attribuita dal Filipponi, dubitativamente,  alla collaborazione di Aurelio e Liborio Grue: v. Fernando Filipponi, Aurelio Anselmo Grue, la maiolica nel Settecento fra Castelli e Atri, Castelli (Teramo) 2015, fig. 73 p. 79.

[17] Per la figura storica e artistica di Aurelio, e per l’ambiente nel quale si trovò ad operare,  v.  Filipponi 2015 op.cit..

[18] Riprodotta in Franco G. M. Battistella – Vincenzo De Pompeis, Le maioliche di Castelli dal Rinascimento al Neoclassicismo, Pescara 2005 n. 258

[19] Nel 1772 figura come pittore negli organici della Real Fabbrica Ferdinandea.  Nel 1796-’97 vi è documentato come direttore dell’officina dei tornianti.

 

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